La storia di NOMAN e dei suoi DC-9
di Mauro Cassaro
Nella seconda metà degli anni Novanta, il piazzale dell'aeroporto di Roma Ciampino o di Milano Linate offriva uno spettacolo nostalgico per qualsiasi appassionato di aviazione: accanto ai moderni MD-80 e ai Boeing 737 che stavano colonizzando i cieli italiani, si potevano scorgere due profili più corti, affusolati e inconfondibili. Erano i McDonnell Douglas DC-9-15, aerei che portavano con sé il fascino dell'aviazione "pionieristica" degli anni Sessanta, ma che per la neonata compagnia italiana NOMAN rappresentarono l'intera scommessa operativa.
Era il novembre del 1995 quando l'Italia del trasporto aereo si svegliò sotto il segno della deregulation. In quel clima di grandi speranze e di cieli improvvisamente aperti, anche la Noman Linee Aeree — creatura di Giulio La Starza nata con un capitale di due miliardi di vecchie lire — decise di tentare la fortuna in quello che molti allora consideravano il nuovo Eldorado dei voli di linea.
Fino a quel momento, la Noman era stata una realtà d'élite, abituata a solcare i cieli con i discreti bireattori executive Cessna Citation. Poi, arrivò l'occasione che profumava di grande salto: rilevare dalla procedura fallimentare della defunta Unifly Express (dopo una breve parentesi con Fortune Aviation) due storici Douglas DC-9/15RC, cuore pulsante (e unico) della compagnia.
Allestiti con una configurazione high density da 90 posti in classe unica, quei velivoli dovevano dare vita a un sogno romantico e pionieristico: una vera e propria "navetta" vecchio stile, capace di collegare direttamente Roma Ciampino e Milano Linate.
La vera flotta: la coppia di DC-9-15
- McDonnell Douglas DC-9-15RC (Rapid Change): Velivoli estremamente versatili, configurabili sia per il trasporto passeggeri che per il trasporto merci (pallettizzato fino a circa 10.000 kg).
- Le matricole storiche: Si trattava specificamente dei velivoli registrati come I-TIAN e I-TIAR. Macchine nate originariamente alla fine degli anni '60 (l'esemplare I-TIAN, ad esempio, aveva volato inizialmente negli Stati Uniti e in Canada prima di arrivare in Italia con Unifly).
I motori erano i classici turbogetti Pratt & Whitney JT8D, celebri per il loro rombo assordante e caratteristico, ma già allora considerati obsoleti e penalizzati dalle severe normative europee sull'inquinamento acustico (Chapter 3 noise regulations).
I due aerei, registrati con le indimenticabili marche I-TIAN e I-TIAR, vennero ridipinti con una livrea che oggi ricorderemmo con affetto: una linea sobria, blu e verde, che saliva dalla prua fino alla coda a simboleggiare l'onda di una turbolenza. Sulla coda svettava il nome della compagnia, mentre sulle brochure promozionali faceva capolino una simpatica foca come mascotte, simbolo di un modo di fare marketing più genuino e forse più ingenuo rispetto a quello odierno.
Network e la guerra di Linate
Erano anni ruggenti e complicati. Alitalia si trovava a fare i conti con la neonata e aggressiva AirOne di Carlo Toto, ma la Noman scommetteva forte sul fascino e sulla comodità dei city airport romano e milanese per ritagliarsi la sua fetta di mercato. La formula aveva il sapore dei grandi miti americani: sei corse giornaliere da Roma Ciampino a Milano Linate per direzione, check-in rapidissimo fino a dieci minuti prima della partenza e una tariffa unica, che oggi fa quasi sorridere, di 150mila lire per l'andata e ritorno. Arrivi in aeroporto e voli via, senza troppi pensieri. Ma con soli due aerei a disposizione, il raggio d'azione di NOMAN era per forza di cose limitato e iperspecializzato.
Nell'estate del 1996, sotto le luci della BIT (Borsa Italiana Turismo), la compagnia presentò un nuovo opuscolo ricco di ambizioni, con rotte che avrebbero dovuto unire Milano, Bologna, Roma, Olbia, Catania e Palermo in una fitta rete.
Ma quel sogno estivo rimase in gran parte sulla carta. La concorrenza sulla Milano-Roma si fece presto spietata, costringendo i due DC-9 a frequenti cancellazioni e accorpamenti di voli. Inoltre, bastava un problema tecnico a una delle due macchine per far saltare l'intero operativo della settimana.
Il core business e la crisi finanziaria (1996-1997)
Il posizionamento della NOMAN si rivelò ben presto insostenibile. La deregulation del 1995 scatenò una concorrenza spietata (definita dagli storici dell'epoca "fratricida") soprattutto da parte della ben più solida Air One di Carlo Toto.
Operare voli di linea con soli due aeromobili di vecchia generazione significava avere costi di manutenzione e consumo di carburante altissimi a fronte di ricavi minimi, erosi dalla guerra dei prezzi. Gli accorpamenti e le cancellazioni improvvise divennero frequenti, minando la fiducia dei passeggeri.
NOMAN soffriva di una cronica sottocapitalizzazione, la flotta non crebbe mai e prima che l'anno finisse, la favola della Noman giunse al capolinea.
Nel corso del 1997 la compagnia si trovò costretta a sospendere le operazioni, schiacciata dai debiti e dall'impossibilità di reggere il passo del mercato.
L'azienda venne infine ceduta in affitto proprio alla AirOne, fortemente interessata a quegli preziosi slot su Milano Linate che la piccola compagnia romana era riuscita a conquistare.
Il destino dei due DC-9
Cosa successe ai due storici aeromobili dopo la chiusura di NOMAN? Il loro destino è la prova tangibile della transizione in atto nell'aviazione italiana di quegli anni.
L'esemplare I-TIAN, dopo la parentesi in NOMAN, passò proprio nelle mani della concorrente Air One, che lo utilizzò prima di cederlo nuovamente sul mercato internazionale (finendo la sua lunghissima carriera operativa oltreoceano, volando per la compagnia americana Ameristar fino a un'età veneranda).
La seconda macchina seguì la stessa sorte, venendo riassorbita dai lessor o demolita per parti di ricambio una volta che i cicli di vita della cellula e le restrizioni sul rumore ne resero antieconomico l'utilizzo in Europa.
Si chiudeva così una breve, ma intensa, pagina dell'aviazione civile italiana.
Un'avventura breve, quella di NOMAN, scritta con il metallo e il fumo di due soli, gloriosi DC-9.







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