Il volo Hapag-Lloyd 3378
di Mauro Cassaro
“C’era una volta Hapag-Lloyd, una compagnia che inseguiva il sole del Mediterraneo e delle Canarie, scrivendo capitoli di efficienza e vacanze indimenticabili per intere generazioni”
Nell'afosa mattinata del 12 luglio 2000, l’Airbus A310 D-AHLB attendeva sulla pista assolata di Chania, Creta. Era quasi mezzogiorno, e l’aria tremolava di calore mentre i 143 passeggeri salivano a bordo, ignari che quel viaggio verso Hannover sarebbe diventato una delle storie più incredibili dell’aviazione moderna.
In cabina di pilotaggio, il comandante Wolfgang Arminger, 56 anni, un uomo dall’esperienza solida e dallo sguardo calmo, controllava gli strumenti insieme al giovane primo ufficiale Thorsten Röckrath, un venticinquenne dallo sguardo teso ma brillante. Una coppia insolita: l’uno veterano, l’altro ancora con l’entusiasmo dei primi anni di volo.
Il primo segnale
Il decollo fu perfetto. L’A310 si staccò dalla pista con un rombo pieno, elegante. Ma dopo pochi secondi, due luci rosse si accesero sul pannello. Un battito. Un silenzio. Poi la voce del primo ufficiale: «Gear unsafe» Il carrello non rientrava.
Il primo ufficiale eseguì quattro tentativi. Quattro fallimenti. Il carrello rimase giù, come un’ancora aerodinamica che frenava l’aereo e ne divorava il carburante. L’aereo continuò a salire, ma era come trascinare un freno invisibile. Il carrello aperto creava vibrazioni e una resistenza aerodinamica che generava un consumo di carburante che nessun computer di bordo era in grado di prevedere.
Il comandante decise di proseguire: l’aereo era troppo pesante per tornare indietro. Il piano era semplice: monitorare il consumo di carburante, poi atterrare a Monaco. «Monaco è fattibile» disse Arminger... Thorsten osservò i dati. «Si, se il consumo resta stabile»
Ma la fisica non era d’accordo.
La decisione che cambiò tutto
Durante il volo, il vento contrario aumentò ed Il consumo salì. Il computer di bordo (FMS) non era progettato per stimare correttamente l’autonomia in quelle condizioni, e continuò a fornire previsioni ottimistiche, quasi ingenue. Ogni minuto che passava, l’aereo divorava carburante come un gigante affamato, mentre la distanza percorribile diminuiva.
Il primo ufficiale guardò il display, poi il comandante. «Non ce la facciamo a Monaco...» Arminger strinse la mascella. «Allora Vienna!»
La nuova rotta venne pianificata, ma l’A310, con quel carrello esteso, consumava il 60% in più di carburante. E intanto, la comunicazione con la compagnia era difficoltosa: niente radio HF, solo messaggi ACARS lenti e frammentari.
Mentre l’aereo attraversava il sud Europa, il primo ufficiale osservò un dato inquietante: stavano consumando troppo... e Vienna era ancora lontana. «Capitano, abbiamo bruciato quasi metà del carburante… e siamo solo a un terzo del percorso...» Arminger non rispose subito. Guardò fuori. Guardò gli strumenti. Guardò il cielo. «Continuiamo. Vienna ci darà assistenza. Ce la facciamo!»
Il sistema FMS stimò che all’arrivo sarebbero rimaste meno di 2 tonnellate di carburante; sotto i limiti operativi che avrebbero imposto un atterraggio immediato… a Zagabria, distante appena dieci minuti.
Nel cockpit, il rumore del flusso d’aria attorno al carrello aperto riempiva lo spazio, come un promemoria costante.
Poco dopo il primo ufficiale ruppe il silenzio: «Fuel low level. Entriamo in riserva.»
Alle 12:53, finalmente, la torre di Vienna venne informata della situazione critica.
Troppo tardi.
A 12 miglia dalla pista Arminger chiamò la torre. «Mayday, mayday, mayday. Hapag-Lloyd 3378, critical fuel».
Poco dopo il motore sinistro tossì. Una vibrazione. Un colpo sordo. Poi si spense. Un secondo dopo, il destro lo seguì. L’aereo diventò un aliante di 150 tonnellate, mentre il cockpit si riempiva di allarmi.
Il primo ufficiale tentò un riavvio. Una volta. Due. Tre. Per un istante, un motore riprese vita. Poi si spense di nuovo. Il cockpit diventò un luogo irreale: niente rumore di motori, solo il vento che sibilava contro la fusoliera. Solo silenzio.
La lotta per mantenere l'energia
«Manteniamo la velocità» disse Arminger, con la voce sorprendentemente calma. Thorsten annuì, le mani ferme, gli occhi sugli strumenti, il respiro corto.
La pista 34 di Vienna era lì, davanti a loro. Ma era troppo lontana. Troppo bassa la quota. Troppo poco il margine.
Arminger inclinò leggermente il muso. «Ci arriviamo. Non sprechiamo energia»
La soglia della pista si avvicinava mentre l’A310 scivolava verso il terreno come un gigante ferito. Ma troppo lentamente.
Alle 13:07, l’aereo toccò terra 660 metri prima della soglia pista, sull’erba.
Un boato.
Il carrello sinistro cedette. L’aereo colpì antenne e luci. La fusoliera vibrò come un tamburo sollevando una nuvola di polvere. Poi, finalmente, si fermò.
Silenzio.
Nessun incendio. Nessun morto. Arminger ruppe il silenzio: «Evacuazione!»
Il bilancio fu di soli 26 feriti lievi durante l’evacuazione. Un miracolo tecnico e umano. Quando, per ultimi, i due piloti scesero dalla scaletta d’emergenza, l’aereo era ferito ma integro. Erano tutti vivi. E il cielo, che per un’ora era stato un avversario, tornò a essere solo cielo.
Epilogo
Il volo 3378 non fu la storia di un singolo errore, ma di una serie di scelte che, prese una alla volta, sembravano ragionevoli. Il problema fu che non vennero rivalutate abbastanza rapidamente alla luce dei dati reali. La lezione principale fu che, in aviazione, la gestione del carburante in condizioni anomale richiede un approccio conservativo, e che il computer di bordo non può sostituire il giudizio umano quando i parametri di volo escono dalla norma.
Link per gli approfondimenti
https://en.wikipedia.org/wiki/Hapag-Lloyd_Flight_3378
https://aviation-safety.net/wikibase/323474
https://avherald.com/h?article=3f8743f3







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